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Si gioca a Cividale del Friuli
a Pasqua e Pasquetta

Il 28 marzo scorso siamo partiti alla volta di Cividale del Friuli per incontrare gli amici dell’Associazione “Amîs di Grupignan“, per scoprire da vicino (e aiutare a costruire!) il Truc, un gioco pasquale che appartiene in modo tutto particolare a questo angolo di Friuli.

Ad aspettarci c’era una comunità che non si limita a ricordare le proprie tradizioni: le abita, le pratica, le racconta con gli occhi che brillano. E al centro di tutto c’è il Truc, un gioco pasquale legato in modo indissolubile a questo angolo di Friuli.

“Truc” — il nome dice già tutto

Cominciamo dalla cosa più semplice: il nome. Truc è onomatopeico. È il suono delle uova che si toccano, quel colpo secco e preciso che risuona nel silenzio di una piazza. Un nome che non ha bisogno di spiegazioni, perché le porta già dentro.

Un campo costruito con le mani

Il cuore del gioco è il catino di sabbia — sabbia finissima del fiume Natisone — una superficie inclinata che deve essere perfettamente liscia per far scivolare le uova. Prepararlo era compito della Mularia, i ragazzi più giovani del paese, che nelle settimane prima di Pasqua raccoglievano i materiali, costruivano i bordi con sassi o legna, e lavoravano la sabbia finché non diventava liscia come un biliardo. Per compattarla si usavano bottiglie riempite d’acqua, o la suola consumata delle scarpe locali, conservata apposta per l’occasione.

Ogni cortile aveva il suo catino. Nessuno uguale a un altro.

Le uova? Tutte diverse

Le protagoniste del Truc sono le uova sode — con il guscio più duro possibile, per reggere gli urti. Ma come riconoscere la propria uovo tra tante? Qui entra in gioco la fantasia: durante la cottura, ogni uovo viene avvolto in un “cartoccio” di bucce di cipolla, fondi di caffè, erbe, fiori, pezzetti di stoffa. Tutto legato, fatto bollire a lungo con un po’ di aceto. Quando si apre il pacchettino, ogni uovo è un piccolo capolavoro — colorato, unico, inconfondibile.

Le regole? Poche, ma chiare

Nel Truc le uova non si lanciano: si ammollano, cioè si fanno scivolare lungo la sabbia con la giusta forza, cercando di toccare quelle degli avversari. A decidere se il contatto c’è stato davvero c’è il mèstri del Truc, una figura che fa da arbitro con autorità e buon senso. Le discussioni si risolvono sempre — senza bisogno di regolamenti infiniti.

E il gioco non ha un limite di tempo. Si va avanti finché c’è voglia di stare insieme. Che è, in fondo, il miglior modo per misurare la riuscita di qualsiasi gioco tradizionale.

Una tradizione vecchia (almeno) di secoli

Durante l’incontro abbiamo scoperto che un cronista cividalese del Settecento, in uno scritto del 1772, descriveva già il Truc praticato in una piazza della città. Più di 250 anni di storia documentata — e quasi certamente ancora di più. Nel tempo il gioco aveva rischiato di sparire, ma grazie all’impegno delle associazioni locali è tornato nelle piazze, ed è più vivo che mai.

Quello che ci siamo portati a casa

Più di una volta, durante la visita, ci siamo ritrovati a pensare a quanto lavoro ci sia dietro a una tradizione che “sembra semplice”. C’è una comunità che la custodisce, la trasmette, la mette a disposizione di chiunque arrivi da fuori — grandi, bambini, turisti curiosi. Tutti possono giocare. Tutti vengono accolti.

Siamo tornati da Cividale con qualcosa in più di una storia da raccontare: con la conferma che i giochi tradizionali hanno ancora molto da dire, soprattutto quando c’è qualcuno che li sa far vivere davvero.

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